Andrea Chidichimo

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Critics

Hamon. Esperienze cromocimatiche

di Roberto Mastroianni

Eccentrica figura di artista contemporaneo, Andrea Chidichimo ci presenta una mostra coinvolgente e densa di senso e significato dal titolo "Hamon. Esperienze Cromocimatiche", ospitata nella sede Di "MultiploUnico" di Federica Rosso. Eccentrico perché capace di vivere la sua contemporaneità e nello stesso tempo incarnare una memoria antica dell’arte e dell’esistenza umana, rifiutando la centralità delle retoriche e delle pratiche del circuito mainstream, ponendosi al di fuori di esso e recuperando temi e conoscenze universali e atemporali, al fine di interrogare il gesto e la materia in una ricerca di verità che si fa visione e immaginario. Sicuramente contemporaneo, Chidichimo, nel senso che si muove nella temporalità del millennio che sta nascendo, usando linguaggi e materiali allo stesso tempo tradizionali e innovativi, ma al contempo è artista antico, che rivendica la potenza dell’arte e della pittura: la capacità conoscitiva, immaginativa e creativa del fare artistico che si fa immagine, immaginazione e immaginario.
Da anni l’artista si dedica infatti a una pratica che ha a cuore i temi e i problemi attuali dell’arte e della pittura (la ricerca su forma, materia e colore) e che è in parte erede di quella "linea analitica dell’arte moderna e contemporanea", che Filiberto Menna ci ha insegnato essere la cifra stilistica degli artisti veramente moderni; ma al contempo si fa erede di tutta quella tradizione pittorica, in qualche modo "iniziatica", che dialoga con la realtà alla ricerca delle insondabili leggi del cosmo e delle "cose nascoste sin dalla fondazione del mondo", direbbe René Girard.
La straordinaria capacità di Andrea di mettere assieme: da una parte, sperimentazione su gesto, forma e colore e interrogazione sul rapporto tra idea, esecuzione e opera, sviluppando una riflessione sulla pratica che si accompagna alla stessa esecuzione, ne fa sicuramente un artista modernissimo e in qualche modo analitico; mentre, dall’altra,  il recupero di temi esistenziali e spirituali e della memoria stessa della pittura che si sedimenta nel gesto della mano, ne fa in qualche modo un artista antico.
Questa tensione tra modernità e antichità lo spinge a cercare una sintesi tra il bisogno di espressione e  la ricerca linguistica, che si condensan in opere dense, in cui l’immagine e l’immaginazione rifuggono la figurazione realistica e interrogano le leggi del colore e del suono in una forte tensione spirituale, quasi mistica.
Chidichimo è, infatti, un artista che vede nella pittura uno strumento di indagine filosofica ed esistenziale, che conduce una ricerca sulle potenzialità del gesto e dei materiali e che tenta di rendere visibile l’invisibile, attraverso una rappresentazione non figurativa, che cerca di rendere ragione delle potenzialità della luce, del suono e dell’esistenza umana in visioni emotive, che scaturiscono da una forte introspezione.
In questa prospettiva, la sua arte non può essere scissa dalla ricerca della conoscenza, dalla ricerca sulle questioni prime e ultime dell’esistenza, e da una dimensione spirituale in senso più ampio e meno dogmatico possibile.
Il destino e la stessa natura di artista di Chidichimo sembrano essere iscritti nel suo cognome. Un cognome che, come ha ben indicato alcuni anni fa Armando Audoli, "sa di tardo paganesimo: di quel tardo paganesimo ermetico e profumato di eresia, appena ispirato alle dottrine cristiane delle origini.
La Gnosi, appunto".
Apparentemente un artista del XXI secolo, in verità un artista atemporale, la cui  ricerca spirituale si nutre della conoscenza delle leggi insondabili dell’universo, impostando una ricerca che prende le forme del gesto pittorico, attraverso un’azione quasi performativa e un percorso rigoroso, che  approfondiscono il legame tra pittura e figurazione in un reciproco rapporto di co-esistenza: la pittura rende possibile il prendere forma in immagini del sensibile e dell’emotivo e l’interiorità chiede alla pittura di essere resa sensibile e visibile. Dietro questa impostazione si nasconde una fede incrollabile nell’intelligenza della materia, che tutto riporta a ordine a partire dal caos, e una pratica capace di unire studio, applicazione, conoscenza della scienza e del materico, in vista di una creazione che aspira a raggiungere la realizzazione di "opere totali" dal sapore "rinascimentale".
È questa una spiritualità infatti che si fa interrogazione della materia, delle sue potenzialità espressive a partire dalla stratificazione culturale di natura esoterica ed essoterica, che il religioso e il filosofico ci consegnano da millenni come fonte inesauribile di riflessione sull’Assoluto e sulle leggi che presiedono lo sviluppo della realtà.
Ne abbiamo prova a partire dal titolo di questa mostra in cui una parola giapponese, che indica una forma di energia capace di integrare stasi e movimento, risuona alle nostre orecchie dei nomi di antiche divinità pre-cristiane: come
"Baal Hammon”, il "Saturno africano", Dio supremo della fenicia Cartagine e “Amon-Ra”, il Dio Egizio del Sole. In entrambi i casi le risonanze ci indicano la via tracciata da divinità e concetti che presiedono l’ordine del mondo e la sua perpetua realizzazione e rigenerazione, sconfiggendo il disordine, il caos e l’entropia.  La conoscenza delle leggi "divine", intese, ovviamente, nel senso più ampio e meno ortodosso di leggi cosmiche, diventa dunque fine e presupposto di una pratica artistica che attraverso la pittura interroga la realtà interiore ed esteriore.
Come in questa mostra in cui decine di opere, realizzate tra il 2014 e il 2019, mettono in scena una doppia ricerca sul colore e la sua assenza, sul flusso e la struttura, sul suono e la materia, sul gesto artistico e sullo sguardo del fruitore, a partire da una serie ispirata ai "Fiori Di Bach" e dai suoi ormai celebri lavori realizzati con la fuliggine e la graffite.
I "Fiori di Bach" diventano, in questo modo, un pre-testo, una sollecitazione immaginativa e filosofica, per riflettere sulla capacità del colore di restituire la complessità emotiva, le angosce e i tormenti dell’esistenza umana, realizzando una figurazione a partire dai fiori e dalla loro capacità curativa: rispettando le regole floroterapiche dei "Bach" e mettendo in scena il risultato di un’azione performativa quasi catartica che rende i quadri visioni di tipo omeopatiche, capaci di sollecitare il mutamento e l’interrogazione interiore nel fruitore.
Mentre la sua pittura realizzata con la fuliggine e la graffite, usate entrambe come se fossero materia pittorica che risponde alla sollecitazione del pennello, del suo battere sulla tela o sul supporto producendo onde e suoni impercettibili che da soli generano movimento e organizzazione geometrica e figurazione, interroga le leggi dell’armonia, del suono e del colore che presiedono il condensarsi della realtà in un’organizzazione materica, che risponde a geometrie stabili influenzate dalla cinetica e dal colore.
Insomma, Andrea Chidichimo come quei mistici che scelsero l’ascesi nel IV secolo -  quando il cristianesimo cominciò a imborghesirsi e a perdere il suo portato di verità e di mistero - proponendosi di mantener vivo il sogno di una ricerca spirituale andarono nel deserto, sceglie di vivere un “deserto” metaforico, una specie di perenne esercizio spirituale, che lo spoglia degli input del circuito dell’arte, permettendogli così di praticare una ricerca artistica in direzione della realizzazione di un “arte totale”, quasi rinascimentale, integrando pittura e conoscenza, al fine di sondare le dimensioni esistenziali più profonde dell’umano.
Gli asceti andarono nel deserto per trovare la terra promessa all’interno della propria anima e trovarsi a tu per tu con l’Assoluto vivente, così Andrea interroga l’esistenza nel silenzio del suo studio alla ricerca delle leggi insondabili che tengono insieme figurazione, realtà, esistenza e spirito dell’uomo. Queste “esperienze cromocimatiche” sono, dunque, una “traccia” di questa pratica artistica e spirituale, uno dei tanti risultati di questa ricerca interiore che, con un neologismo calzante e appropriato coniato dall’artista, indica:  "un’esperienza cognitiva inerente al fare artistico collegata alla capacità di vedere la foné in una figurazione", dando vita a "un’esperienza trasversale che osserva e realizza fenomeni legati allo spettro della luce, alla frequenza musicale, al verbo (suono – frequenza), che si fa carne (che genera materia)". Insomma, la ricerca sull’ordine che risiede nel caos, che le leggi del cosmo portano a realtà e che la figurazione porta a rappresentazione aniconica, sono il risultato e la prassi di un artista che produce opere in modo performativo, con un atteggiamento
prossimo all'abbandono dei mistici, nel tentativo di abrogare la coscienza ordinaria, al fine di realizzare opere pregne di filosofia e saperi antichi e sofisticati, opere che sono al contempo liriche, esteticamente rilevanti e densamente speculative.


Degli Inferi e del Creato

di Ivan Fassio

Nei dedali della creazione, arriva, prima o poi, il momento in cui ci si trova al cospetto dell’assoluto. Tremanti, ubbidiamo: la nostra paura è questa libertà. Un’estasi della necessità incanala nell'oggettivazione ogni testo, immagine, suono – e il labirinto si apre. Non possiamo essere diversi, perché diventiamo ciò che siamo. Sublimando ad arte l’esistenza, condensiamo su marmo, tela, carta, voce: siamo percorsi, condotti, composti.
Allo stesso modo, la natura adempie alle sue regole. Nascita e crescita si susseguono. Una catena stretta di magmi, rocce, terre, piante, bestie, uomo, in cui l’essenza continua a tramare. Acque e sali, cieli e nubi: l’avvenire si svolge al presente, insieme al passato.  È un peccato che il tempo sia appositamente arrotolato, in modo che possiamo percepirne una spira soltanto, di volta in volta. A sua somiglianza, siamo ripiegati e non ci conosciamo. Dall'esperienza derivata per ogni nostra invenzione, intuiamo che un giorno noi stessi saremo forzati, come uno scrigno. L’attimo, in cui lo spazio sarà dipanato e in cui noi saremo risolti, sarà il giorno in cui il mondo sarà creato. Avremo coscienza del contenuto di tutte le azioni, di sensazioni e intenzioni passate e future, per ogni vivente, da sempre, in nostra presenza o assenza. Allora, solo allora, se non sapremo perdonarci, inizieremo a vivere l’inferno…

Prima del Diluvio

di Ivan Fassio


A cercare la libertà – in questo spirituale soffio, tanto umano, di contrazioni cartilaginose, di secchezze improvvise e umidità intrinseche – ci s'imbatte in evocazioni labirintiche, in gorghi immaginosi di natura capillare, ossea, cavernosa: le fantasie della percezione. Più nobili di ogni idea e così alte da apparire sterminatamente inespugnabili al verbo, queste intuizioni sanguigne si nutrono del loro stesso mondo, addentando le protuberanze che generano, le appendici che sottendono, interne ed esterne. Tali umori instabili – palpitazioni encefaliche che si spiegano da sé – sarebbero la nostra prigione animale, il corpo da aprire e chiudere ai sensi, la finestra sulla creazione assoluta: valvola per inventare. Chiamiamone a raccolta un'esemplare decina, per pronunciarle in esercizio orale – vocalizzo tautologico – salmodiante: elastiche escrescenze, spasmi irradiati, livide compressioni vascolari, tessuti drenati al microscopio, gigantografie nucleari, intrusioni ed estrusioni diaframmatiche, fluviali travasi anatomici, biologici sbuffi di concrezioni esistenziali... L'alloggio vitale scaturisce così – e si rinserra su se stesso – dalla sorgente mitica che sciacqua la parola sulla carne, che rende impermeabile la pelle, per evitare imbarazzanti dispersioni, conati insopportabili: il cosmo è nato in questo trattenersi, nel murarsi all'infinità, parandosi gli occhi dall'abbaglio ematico, dall'esplosione copiosa delle fibre!
Una volta partorito da noi, allo stesso modo e dagli stessi agenti l'universo sarà popolato: gestazioni climatiche, genesi tubolari allontanate eternamente dalla tentazione del concluso, dell'angolare, del superficiale e volumetrico. Le storie del dominio fenomenico e delle folgorazioni mistiche, delle produzioni plastiche e delle illuminazioni profetiche, saranno saldate: la fiamma della fusione risplenderà in dimensione corretta, calcolo finalmente esatto. Creature insospettabili sosteranno al varco – poco prima della punizione –, di fronte al golfo fatalmente perturbato del futuro: cavallucci espansi, formichieri innestati, vitelli rotanti, rinoceronti palmati, anfibi ustionanti... Ne troveremo traccia al risveglio, quando un solco opaco e impercorribile avrà segnato per sempre il ricordo del nostro sogno!

Ivan Fassio - testo critico della mostra Prima del Diluvio presso Galleria Oblom, Torino

La sostenibile evanescenza dell’arte: la marca stilistica di Andrea Chidichimo


Tratti deboli, colori sfumati, forme evanescenti, sono la cifra espressiva di questo artista, che predilige, soprattutto nella sua più recente produzione, privare di un forte legame referenziale i soggetti rappresentati. Si rimane perciò colpiti dalla percezione delle forme che sembrano affievolirsi sotto lo sguardo, per lasciare all’occhio di chi osserva l’esperienza di una pura e libera intuizione. Si tratta perciò di una forma d’arte che sembra voler liberare la rappresentazione dei pensieri dell’artista, così come compaiono nella sua mente, in divenire, prima di potere e di voler essere riorganizzati pittoricamente in precisi tratti figurativi.

Così come per gli oli, oppure per la serie delle fuliggini (Soot) realizzate su tela o Dibond®, o ancora attraverso il progetto PX, capace di fondere sperimentalmente l’arte fotografica a quella pittorica, Andrea Chidichimo predilige un percorso creativo caratterizzato da esiti di una "soave vacuità" e ariosità spaziale.

Sotto l’aspetto teorico ed estetico, infatti, l’artista esprime un processo creativo che si ispira allo gnosticismo, riproducendo il contrasto esistente tra realtà terrena e il mondo del Bene e della Verità attraverso un efficace antagonismo espressivo tra razionale e irrazionale. Tra idee, percezioni, sentimenti e ricordi, nel loro continuo e contemporaneo fluire e un oggettività abbozzata e parziale.
In questo senso l’evanescenza del segno e la liquefazione del colore diventano affascinante marca stilistica di questo maturo artista contemporaneo.

Katia Girini - Corriere dell'Arte. Dicembre 2013


Chidichimo. E subito il cognome ci cattura, schioccando tra lingua e palato con il suo suono arcaico irto come gli sterpi della Magna Grecia. È un cognome che sa di tardo paganesimo: di quel tardo paganesimo ermetico e profumato di eresia, appena ispirato alle dottrine cristiane delle origini.
La Gnosi, appunto.
Un riferimento spirituale imprescindibile per avvicinare il pensiero artistico di Andrea Chidichimo. La conoscenza del "divino" (inteso, ovviamente, nel senso più esteso e meno ortodosso possibile) forza il passo alla lucidità apparente, allena i ceppi della tenuta razionale, aprendosi a qualcosa che vagamente possiamo definire come un'illuminazione diretta o come una sorta di rivelazione. Qualcosa di prossimo all'abbandono dei mistici, di liminare all'infinito smarrirsi dei romantici. Un perdimento, uno svuotamento, un vanimento. Un'abrogazione della coscienza ordinaria. Nell'esperienza gnostica la tristezza e l'angoscia emergono con prepotenza decisiva. Sono gli spettri che conducono ad un alto grado di conoscenza. Ma saranno gli stessi spettri a fluttuare, fantomatici, nei pannelli laterali del trittico Ichthys?
Lo avrete capito: impregnata di filosofia e di saperi sofisticati, lirica e speculativa a un tempo, l'arte di Chidichimo non rappresenta e non descrive. Medita. Con le sue ondivage increspature, con le sue vertigini e le sue fuliggini, ci profonda in una notte medianica. È un'arte che mette in consonanza lo spettatore attraverso frequenze cerebrali figlie del sonno e del sogno; un'arte che ci abbaglia e ci svuota, per poi riempirci di sé. Ma a svuotarci sarà proprio il baratro bianco, lo squarcio abbacinante nel pannello centrale del già evocato trittico?
Andrea, sebbene culturalmente incline al misticismo speculativo, non si fa portavoce di alcuna dottrina costituita. Il suo lavoro, piuttosto, ci dice ancora una volta "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo", intonando il credo di una moderna teologia negativa.
E non nascondendo qualche debito nei confronti dei febbrili filosofemi di Meister Eckhart, le trasfigurazioni visive di Andrea parrebbero suggerirci che la sola beatitudine sia il non sapere più nulla di noi, del nostro mondo.
Anche se può sembrare un paradosso, infine, pensiamo che i moti ondosi e le fuliggini di Chidichimo aspirino a sfondare la densa nebbia delle opprimenti gerarchie psichiche codificate. Una nebbia inviolabile. A tal proposito, chiudiamo porgendovi un frammento gnostico, spulciato da uno dei documenti scoperti a Nag Hammadi, nel 1945: "L'ignoranza del Padre aveva causato angoscia e terrore. L'angoscia si era fatta densa come nebbia, in modo che nessuno potesse vedere..."

  Armando Audoli. Torino, 26 marzo 2009

"Andrea Chidichimo è tra gli artisti dell'ultima generazione emersa nel panorama artistico torinese agli albori del XXI secolo. Il suo fare pittorico scavalca l'atteggiamento ordinario dell'osservatore per farlo entrare in contatto con la propria intimità, alimentata dal progressivo svelarsi dell'ancor sconosciuta ricchezza di sé."
"... infine la carta è un dato reale per Andrea Chidichimo in cui far emergere i limiti entro il quale l'uomo è definito e compreso. Fuliggine graffite olio resine ed acrilici sono gli strumenti per ricreare un ordine primordiale simile a quello nel quale si aggiravano i cacciatori inuit, guidati da una cosmogonia in cui il caos e l'ordine erano entrambe presenti alla mensa della vita e dove tutti gli esseri viventi convivevano in totale armonia."
 Ivana Mulatero (Catalogo Inuit e i popoli del ghiaccio, ed. Skira)

Andrea, il visionario che ritrae il bestiario sommerso di Noè

"Un rinoceronte con la coda sul dorso e quattro zampe tutte diverse tra loro, uno strano essere con il capo da elefante e il corpo da sirena, un uccello bianco con un lungo becco arancione e con una pinna sul fianco. Questi animali buffi, ironici e surreali - che sembrano usciti da un bestiario medioevale o dalla tela di un pittore fiammingo o più semplicemente da un sogno - sono i soggetti ritratti dal giovane artista torinese Andrea Chidichimo, che da alcuni anni si dedica con passione ad un progetto di ricerca artistica incentrato sul tema degli animali scartati da Noè. «Quelli che raffiguro - spiega - sono gli animali che non sono sopravvissuti al Diluvio e hanno perso così, oltre che la propria vita, la possibilità di tramandare la specie; gli esseri viventi che Noè non ha voluto accogliere sull´Arca, forse solo per motivi di spazio, e che così sono annegati. Ho scelto di improntare la mia opera all´episodio biblico perché credo che tocchi l´inconscio collettivo di ogni essere umano; così come il concetto di animale fantastico e immaginario che è da sempre presente in ogni cultura. I miei lavori raccontano il dramma dell´essere vivente che non può essere salvato, ma anche l´incredibile capacità degli animali di accettare la propria morte senza disperarsi, abbandonandosi al diluvio e al proprio destino con serenità»...."
Gabriella Crema, La Repubblica, edizione di Torino del 17 maggio 2006


Proprio della ricerca di Andrea Chidichimo è il percorso rigoroso che tende ad approfondire i temi dell'immagine e della pittura, nel reciproco rapporto di legittimazione. La pittura rende possibile l'immagine e l'immagine chiede alla pittura d'essere resa sensibile.
Nell'indagare il legame tra pittura e immagine Andrea Chidichimo si interroga sulla necessità che l'una è per l'altra, ma in primo luogo, sperimentando una sottrazione sia dell'una che dell'altra, fino al limite estremo dell'assenza. Dipinge spesso, infatti, senza usare gli strumenti tradizionali della pittura, ma aiutandosi con processi casuali come può esserlo il fumo di una candela o i prodotti di una combustione. In ciò recupera una radice antica del dipingere, quella di un popolo primitivo o di un bambino.
D'altra parte l'immagine risente di un'origine caotica e imprevedibile, presentandosi vicina all'astrazione. È possibile ancora scorgere delle figure, animali o oggetti, ma scompaiono non appena le si fissi e quel che è un dettaglio riconoscibile diviene un guizzo di colore.
La tecnica utilizzata non è intesa, però, come un espediente teso a ottenere un risultato d'effetto, ma piuttosto come l'esercizio protratto, lungamente studiato, per quella che si potrebbe definire un'educazione del gesto. E dietro di esso, educazione del respiro e dello sguardo.
È una pratica, per qualche verso ascetica, utile a mondare la creazione di quanto non è strettamente necessario. In questo modo, l'immagine dipinta diviene il diaframma tra vicino e lontano, tra grande e piccolo.
La pittura è tensione protratta verso ciò che infine rimane inafferrabile. Verso ciò che si nasconde dietro una sola pennellata. L'opera è metafora della lontananza, di una ricerca sempre diretta a qualcosa che non è nell'opera ma cui l'opera rimanda. Lontananza definitiva e incolmabile, dal momento che nel movimento del togliere quanto non è indispensabile si finisce per imbattersi nell'unica verità che all'artista, ad ogni vero artista, è dato conoscere e sulla quale
tuttavia gli è concesso di indugiare, ovvero che tra pittura e immagine è l'arte stessa a non essere necessaria.
Domenico Papa

В творчество А. Кидикимо не нужно вглядываться, в него нужно войти. Так однажды я вошла в мистические дома этого необычного художника. Мне повезло, в этих картинах я нашла то, что искала, хотя ни один из ответов в работах А. Кидикимо не лежит на поверхности. Парящие дома и разбитые лестницы всё это указывает нам на разрыв между нами самими.
Под чешуйчатыми мазками картин написанных маслом, глубоким слоем пролегают истина и смысл бытия.  Кому-то эти мазки напоминают рябь на воде, когда ветер пытается сорвать её верхний покров, а мне всё чаще кажется, что это структура пера, будто картины состоят из перьев, всего один взмах и они уносят нас ввысь.
Циклы картин, созданные автором, подняты из глубоких источников и трансформированы в  пищу для души, даря покой внутри смятения.  Сквозь эти циклы, гениальность А.Кидикимо отсылает нас к самим себе в прошлом, настоящем и в будущем.  Значение имеет абсолютно всё, начиная от количества сломанных ступенек, заканчивая случайными цифрами. Так однажды я спросила Андрэа о том, что значит цифра 2 на одной из его картин из цикла «Животные, отверженные Ноем», в ответ я услышала следующее: «Благословенны последние, потому что они станут первыми, но никогда ничего не было сказано о вторых».  Его не интересуют ни первые и не последние, он смело выказывает свою заинтересованность во «вторых», «отверженных», «неизвестных».
Загадочными для меня остаются его работы, выполненные сажей. Ведь сажа есть ничто иное как элемент распада, а значит художнику удалось пойти наперекор созданию. Завораживает неповторимая техника исполнения, с помощью которой становятся заметны не только образы, но и запахи.  А если отталкиваться от того, что каждый звук имеет свой цвет, мне всё больше кажется, что А. Кидикимо исполняет для нас музыку откровения, музыку глубокого познания, которая восстаёт для того, чтобы вывести нас, словно нить Ариадны, из лабиринта каждодневной рутины прямо к нам самим.
Андрэа Кидикимо не относит себя ни к каким течениям или стилям,  он не делает из своей работы шоу, это больше похоже на таинство, это алхимия красок, звуков  и запахов, которые разливаются по полотнам.

Ольга Лупачёва - Olga Lupachova

Nelle creazioni di Andrea Chidichimo  non è sufficiente avere uno sguardo superficiale, ma occorre potere penetrare in profondità il suo lavoro.  Così un giorno sono entrata nelle  'Case Mistiche' di questo straordinario artista. Sono stata fortunata perché in questi quadri ho trovato quello che stavo cercando, sebbene nessuna delle risposte che si cercano nelle sue opere è in superficie. Sia le case che si librano in aria, sia le scale rotte ci mostrano la frattura  presente in noi stessi.
Sotto le squamose pennellate della pittura ad olio sono nascoste la verità e il senso dell'esistenza. Per qualcuno queste pannellate possono assomigliare all’increspatura sull'acqua quando il vento la smuove, ma più spesso, può sembrare che le pennellate rassomiglino al piumaggio di creature alate, come se ciascun quadro si  componesse di tante piume, che solo un battito d’ali e ci può fare  volare in alto.
I cicli pittorici creati dall'autore riportano a galla impressioni pescate dalle sorgenti presenti negli abissi che trasformate in nutrimento dello spirito, portano la pace dentro la perturbazione. Attraverso questi cicli pittorici  il genio di  Andrea ci rimanda a noi stessi: nel passato, nel presente e nel futuro. Tutto ha un valore preciso, a cominciare dalla quantità dei gradini rotti presenti nelle fuliggini, per finire con i numeri fortuiti riportati in alcuni animali scartati da Noé. Così un giorno ho chiesto ad Andrea cosa significasse il numero "2" riportato su uno dei suoi quadri della serie "Animali scartati da Noè" e la risposta è stata la seguente: "Beati gli ultimi perchè saranno i primi, ma non si è mai parlato dei secondi". Non è interessato né ai primi, né agli ultimi, egli rivela coraggiosamente il suo interesse ai "secondi", ai reietti, agli sconosciuti.
Per me rimangano misteriosi i suoi lavori fatti con la fuliggine.  Dopotutto la fuliggine  non è altro che un elemento di dissoluzione e di finitudine dalla quale l’artista è riuscito a fare qualcosa di vivo, quasi contro natura.
La tecnica, oltre a essere unica, incanta e per mezzo di essa diventano visibili non solo le immagini, ma anche gli odori. E se prendiamo lo spunto dal fatto che ogni suono ha il suo colore, mi sembra sempre di più che Chidichimo esegua per noi una musica di rivelazione, dalla profonda conoscenza che insorge per condurrci fuori  dal labirinto della routine quotidiana direttamente a noi stessi, come un filo di Arianna.
Andrea Chidichimo non appartiene a nessuna tendenza o stile, non fa uno show dal suo lavoro. Il processo della sua creazione è un mistero, è un'alchimia di colori, di suoni e odori che si diffondono attraverso i panni.
Ольга Лупачёва - Olga Lupachova

Il primo gesto, nell'arte, è quello decisivo. Nel primo istante tutta la libertà è messa in gioco. Il compimento, la prosecuzione del gesto, è un atto di fede, è abbandono.
Perciò accostarsi all'opera di Andrea Chidichimo, alle sue Fuliggini, richiede all'osservatore la medesima fiducia, il medesimo dono di sé che ne ha caratterizzato il sorgere iniziale. Sotto la trama della materia, oltre lo sguardo stesso dell'artefice, prende forma, nell'inatteso convergere di sguardo oggetto luce, l'accadere delle cose, la realtà nel suo farsi, nell'istante dell'essere fatta, l'istante per istante della sua creazione. Luce che si frappone tra sguardo e oggetto per disvelare il nascosto.
Qui ogni gesto pittorico, anche il più violento, è un atto d'amore. Anzitutto perché è attenzione a sé. E in questa attenzione a sé vi è un'attenzione all'altro. In secondo luogo poiché chiede all'osservatore, al singolo, la medesima attenzione: all'opera e, ancora, al sé dell'osservatore. È il ricomporsi del rapporto con l'artista: se egli gelosamente cela il processo alchemico alto, generosamente svela un inconosciuto altro.
O candidamente ribadisce quanto già si offre allo sguardo. Il sublime atto creativo, al limite tra controllo e totale dono di sé, si impone come riflessione di una luce dall'alto su ciò che è già dato, su ciò che è dato ma negato per cecità.
Sotto l'astratta parvenza curvilinea, netta o sfuggente, emerge la natura figurativa. Ma è l'apparire di un figurativo a un grado eminente, se ribalta i suoi lineamenti su un piano, più che emotivo, profondo. L'apparire del sopra-naturale, naturale a un grado eminente, appunto.
La volatilità della materia più caotica e inafferrabile si riappropria così del proprio significato.
Nell'esito di tale processo ci è dato di cogliere, nell'estrema lievità della sostanza pittorica - la fuliggine - la greve carnalità corporea; e ancora, con nuovo scatto, una rinnovata fuga aerea, in assenza di peso, l'attrazione di un nuovo, quanto mai reale, centro di gravità.
Esterno ed estremo, assente, oltre i limiti della cornice, reale soggetto, raffigurato e raffigurante, ultima autentica presenza.
L'opera è chiave di volta di una lunga catena di rapporto, tutta ricomposta nella sua ultima unità.
Christophe Romeo Berthomme Kerleau

 
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